Perché nell’epoca Trump anche il credito di una fotografia può creare un caso politico

Alla Casa Bianca arriva il ministro degli Esteri della Russia, e chi scatta le foto? Un fotografo russo
AFP

Una delle foto scattate dal fotografo del governo russo durante l’incontro tra Trump e Lavrov nello Studio Ovale della Casa Bianca © RUSSIAN FOREIGN MINISTRY


Pubblicato il 11/05/2017
Ultima modifica il 11/05/2017 alle ore 16:52

Con Donald Trump persino il credito di una foto può creare un caso politico. Quella piccola scritta sotto ciascuna immagine che attesta chi l’ha scattata è diventata oggetto di dibattito dopo l’incontro tra il presidente statunitense e il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov. 

 

A differenza dalla prassi, infatti, ieri la Casa Bianca non ha ammesso i fotogiornalisti all’incontro nello Studio Ovale: agenzie come AP, Reuters, Getty non erano presenti. Un incontro «buono, molto buono» secondo lo stesso Trump. Ma gli unici fotografi presenti venivano o dallo staff del presidente o dalla delegazione russa. Tanto che le foto distribuite dopo l’incontro hanno tutte lo stesso credit: © Russian Foreign Ministry, ministero degli Esteri russo. Non solo, perché il fotogiornalista Alexander Shcherbak, sempre al seguito di Lavrov, aveva un accordo anche con l’agenzia giornalistica TASS, che quindi ha potuto distribuire e accreditarsi le foto dell’evento, raggirando – secondo la stessa Casa Bianca – l’accordo. 

 

A eventi simili solitamente i fotografi ammessi sono una decina, come alcune foto scattate “dietro le quinte” dimostrano, sia durante la presidenza Trump che quella di Obama. Non sono molti, perché spesso lavorano per così detti “pool”: un fotografo che ottiene l’accreditato lavora contemporaneamente per più agenzie, così che tutte possano distribuire le foto. 

 

 

Come è possibile quindi che le uniche foto disponibili di un incontro tenuto alla Casa Bianca siano di un fotografo russo che lavora per il Cremlino? Questa è la domanda che i giornali e siti americani stanno facendo, soprattutto visto le vecchie e nuove polemiche sul rapporto tra Trump e la Russia. Pochi giorni fa, infatti, Trump ha licenziato il direttore del FBI James Comey, proprio nel bel mezzo dell’indagine sul Russiagate, l’inchiesta sulle presunte connessioni tra la campagna di Trump e Mosca.  

 

 

OLIVIER DOULIERY/PICTURE-ALLIANCE/DPA/AP IMAGES

Melania Trump e la stampa dentro lo Studio Ovale durante l’incontro tra Trump e il presidente argentino Mauricio Macri (Olivier Douliery/AP)  

 

Per spiegare il motivo dell’assenza dei fotogiornalisti, Quartz ipotizza che Trump volesse un incontro tranquillo, senza scomode domande da parte dei reporter americani. Il Washington Post invece sottolinea il pericolo di far entrare un fotografo straniero – russo, nello specifico – con dei dispostivi elettronici che possono contenere strumenti di sorveglianza e spionaggio. 

 

AP

Obama durante un incontro del 2015 con il presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf (Evan Vucci/AP)  

 

Non è una novità: anche nell’incontro con Shinzo Abe, tenuto a novembre 2016 subito dopo le elezioni, non erano stati ammessi fotografi. Ma quell’incontro non avvenne nello Studio Ovale. La Casa Bianca ha subito ridimensionato la questione, sottolineando come, in ogni caso fosse presente un fotografo americano e uno russo, più che sufficienti per un incontro tra il Presidente e il membro di un governo straniero.  

 

Ma dubbi e ombre rimangono: sono lontani i tempi in cui dalla Casa Bianca uscivano continuamente foto della famiglia presidenziale e degli ospiti internazionali. Obama aveva creato un account sul sito Flickr dove le immagini di Pete Souza, fotografo ufficiale degli otto anni di presidenza, venivano distribuite per qualsiasi utilizzo. Ora le immagini di Trump a Washington sono spesso condivise solamente dai membri del suo staff, che fotografano con gli smartphone, e le foto ufficiali, scattate da Shealah Craighead, sono molto più rare e istituzionali. 

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