Brasile, assalto ai ministeri. Temer schiera l’esercito

Corruzione e povertà, scatta la rivolta contro il presidente. Blindati davanti ai palazzi della politica. Poi la marcia indietro
AFP

I soldati non hanno fatto in tempo a scendere dai blindati, che il presidente ha fatto marcia indietro: revocato l’uso dell’esercito, che riportava ai tempi della dittatura


Pubblicato il 26/05/2017
Ultima modifica il 03/06/2017 alle ore 02:30
RIO DE JANEIRO

Solo, traballante e insicuro, il presidente brasiliano Michel Temer ha capito di aver commesso un grave errore quando ha deciso di schierare, prima volta dalla fine della dittatura, i militari nelle strade per blindare i palazzi del potere della capitale Brasilia. I soldati hanno fatto appena in tempo a scendere dai blindati che è arrivato il contrordine e sono dovuti tornare nelle caserme. «Per garantire la sicurezza della capitale – ha spiegato imbarazzato il ministro della difesa Jungmann – basta la polizia; in caso di bisogno chiameremo rinforzi da altri Stati».  

Un altro passo falso, l’ennesimo, di un presidente messo alle corde dall’inchiesta sulla corruzione che sta scuotendo la vita politica brasiliana e che si sta, lentamente, scavando la fossa.  

 

Il ricorso alle Forze Armate era stato deciso dopo che mercoledì pomeriggio un’imponente manifestazione organizzata dai sindacati e dai partiti di sinistra era finita in violenti scontri, con un tentativo di assalto ad un ministero e la polizia che sparava a salve sulla folla. C’erano centocinquantamila persone in piazza, come non se ne vedevano dall’impeachment a Fernando Collor, 25 anni fa. Due ore di battaglia campale, con un bilancio finale di 49 feriti e una decina di arrestati. Impressionante proprio perché si è trattato di Brasilia; scene così si sono viste nei mesi scorsi a Rio de Janeiro o a San Paolo, ma mai nell’immensa spianata della capitale, fra i palazzi progettati da Oscar Niemeyer. Il fumo nero dei copertoni e dei mobili d’ufficio bruciati per strada ha scatenato il sarcasmo della rete. «Fumata grigia a Brasilia – si leggeva in un post visto da milioni di persone- non è ancora stato designato il successore di Temer».  

LE FORZE DISPIEGATE

Negli ultimi anni le Forze Armate sono state schierate in Brasile solo per proteggere i turisti nei Mondiali di Calcio e nelle Olimpiadi o durante l’occupazione delle favelas controllate dal narcotraffico a Rio de Janeiro. Siamo all’inizio della fine di un governo durato un anno e che non ha certo brillato; la popolarità di Temer è da mesi sotto il 10%, l’esecutivo è in difficoltà perché non riesce a far approvare due riforme strategiche sulla flessibilizzazione del lavoro e della Previdenza. Se Temer, come tutto indica, dovesse saltare, si aprirà una nuova fase d’incertezza, ad appena dodici mesi dall’impeachment di Dilma Rousseff. Due crolli al vertice in un solo anno non sono un buon biglietto da visita per gli investitori e i mercati, infatti, ne risentono.  

LE ALTERNATIVE

A sinistra chiedono elezioni anticipate; l’ex presidente Lula da Silva, inquisito nell’inchiesta Lavajato, vuole candidarsi per tornare al potere, ma non potrebbe farlo se venisse condannato in seconda istanza. La chiave, per lui, è approfittare del malcontento popolare e per questo ha fretta di andare alle urne, più di ogni altro. A destra, invece, si prende in mano la Costituzione, che non prevede in questa situazione le elezioni dirette; spetterà al parlamento eleggere un nuovo Capo di Stato, che dovrà terminare la legislatura, fino a dicembre del prossimo anno. Uno scenario beffardo, se si considera che sono più di duecento i parlamentari coinvolti nella Mani Pulite brasiliana. Tutto cambia velocemente e su tutto pesa la scure delle inchieste, che stanno colpendo praticamente l’intero spettro parlamentare. Chi credeva un anno fa che far cadere Dilma Rousseff era il passo necessario per moralizzare la politica brasiliana, oggi si sta rendendo conto c’è ancora molta, troppa, polvere sotto il tappeto.  

 

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