Polverizzavano i rifiuti per portarli in Cina invece di bonificarli, sette arresti

Le analisi di laboratorio hanno dimostrato nei materiali pronti ad essere esportati un’altissima contaminazione

Container pieni di rifiuti tossici


Pubblicato il 11/10/2017
Ultima modifica il 11/10/2017 alle ore 21:04
roma

Apparentemente era un processo in regola e pure virtuoso: i porti sono pieni di container di «materie seconde», ovvero ex rifiuti industriali, trattati in appositi stabilimenti, pronti ad essere riciclati in altre fabbriche, con certificato «end of waste», non-più-rifiuto. Lo Stato riconosce anche premi a chi salva l’ambiente di casa nostra e evita di riempirne le discariche, sotto forma di «credito Iva» per incentivare le esportazioni. Peccato che fosse tutto falso. Dopo una complessa indagine, condotta sotto la direzione della magistratura romana, Guardia costiera di Civitavecchia con il supporto del Nucleo Speciale d’Intervento del Comando Generale ha sequestrato diversi container in partenza per mete esotiche quali Cina, Pakistan, Indonesia e Corea.  

 

I rifiuti di metallo che contenevano non erano stati affatto bonificati, ma semplicemente polverizzati. Le analisi di laboratorio hanno dimostrato nei materiali pronti ad essere esportati un’altissima contaminazione di PCB (policlorobifenili, tossicità equiparata alla diossina), di solventi e idrocarburi ben oltre i limiti consentiti dalla legge. Sette gli arrestati tra Lazio Toscana e Umbria. Il Gip di Roma, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, ha disposto anche il sequestro preventivo di diversi stabilimenti situati in Orvieto e nel viterbese, oltre a svariati milioni di euro da sequestrarsi per destinare a confisca, quale recupero sui proventi illeciti. 

 

Le operazioni sono state dirette personalmente dall’ammiraglio Giuseppe Tarzia, all’epoca dei fatti comandante del porto di Civitavecchia, ed oggi di Livorno. In pratica, mediante vari giri di false attestazioni e certificati, i partecipanti al network criminale acquistavano rifiuti industriali complessi e contaminati, e dopo aver simulato lo svolgimento di procedure di bonifica in Italia, li rivendevano come materiale recuperato e «pronto forno» per un nuovo ciclo produttivo. In realtà quei rifiuti in Italia subivano solamente una mera macinatura e, fortemente inquinati, venivano spediti via mare alle destinazioni internazionali. Secondo gli inquirenti, avrebbero guadagnato illecitamente almeno 46 milioni di euro per mettere in pericolo la salute sia del personale che lavora nei porti, sia a bordo delle navi, e nelle fabbriche di destinazione.  

 

«Il successo ottenuto dal personale della Guardia Costiera - dice Antonello Ciavarelli, delegato Cocer - nello sgominare un cartello d’impresa dedita al traffico internazionale di rifiuti, è stato accolto con grande soddisfazione dagli uomini e donne del Corpo. Le Rappresentanze militari auspicano che i tanti successi in questo ambito, portino ad un riconoscimento dello status di Pubblica Sicurezza almeno nello svolgimento delle proprie funzioni, nonché di un aumento di personale e di mezzi».  

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