Rajoy, ultimatum a Barcellona: “Cinque giorni per fermarvi”

Il premier spagnolo: chiarezza sull’indipendenza o sospendiamo l’autonomia. Intesa con i socialisti sulla linea. Il leader catalano: commissione per negoziare
AP

Il premier Mariano Rajoy durante il discorso al parlamento. Rajoy è tornato a chiedere il rispetto della legge spagnola


Pubblicato il 12/10/2017
Ultima modifica il 12/10/2017 alle ore 11:47
inviato a madrid

«La dichiari o no questa indipendenza?». Il governo spagnolo chiede alla Generalitat di uscire dall’ambiguità del suo annuncio, ricco di circonlocuzioni, e poi immediatamente sospeso. Dalla risposta al quesito dipende la reazione dello Stato. 

 

Il presidente Carles Puigdemont ha tempo fino alle 10 del mattino di lunedì per inviare un chiarimento a Madrid («dev’essere un sì o un no stavolta» spiegano nella capitale). In caso affermativo, la scadenza si prolunga di altri tre giorni, entro i quali «la Generalitat dovrà rientrare nella legalità», detto con i termini burocratici, ma per una volta però assai chiari. Solo a quel punto scatteranno gli effetti, ancora tutti da decifrare, dell’articolo 155 della Costituzione che sospende parzialmente i poteri dell’autonomia regionale.  

 

Se martedì nella sua discussa orazione al parlamento di Barcellona Puigdemont aveva passato la palla all’avversario, «noi fermiamo la macchina ora cerchiamo una mediazione», ieri l’esecutivo Rajoy ha rimesso sulle spalle di Puigdemont tutta la pressione. 

 

Ad ascoltare il tono di Rajoy, nel suo intervento al Congresso dei deputati, la situazione non sembrerebbe nemmeno tanto grave: «Signor Puigdemont, mica c’è niente di male se lei torna indietro. Sono cose che capitano». Ma l’approccio «marianista» non cambia la realtà di una situazione che resta di massima tensione. La strategia del governo spagnolo per rispondere alla sfida della Generalitat, non ha lo spirito paternalista, ma per ora nemmeno quello marziale. L’ultimatum viene mandato a Barcellona per posta raccomandata, «in fondo è una domanda facile», ironizza Rajoy alla Camera «non si può non dire ai catalani una cosa così importante». Dalla Catalogna non arrivano risposte dirette, ma solo nuove proposte per una mediazione: «Dialogo senza pregiudiziali - dice Carles Puigdemont in un’intervista alla Cnn - da un lato del tavolo due membri del governo catalano, dall’altra due di quello spagnolo». Ma la formula, negoziati di fatto bilateriali, viene rifiutata con veemenza a Madrid: «Non possiamo infrangere la legge insieme», sintetizza Rajoy. Su twitter replica Puidgemont: chiediamo il dialogo e mettono sul tavolo l’articolo 155.  

 

Rimandare la scadenza dell’ultimatum a lunedì risponde a una doppia esigenza: capire a fondo come applicare una norma mai utilizzata e lasciare nel frattempo che emergano le contraddizioni nel campo avversario. Tra gli indipendentisti il morale non è alto. Sarà difficile un accordo fra Puidgemont e l’ultra sinistra della Cup. La sensazione è che lo sbocco sia lo scioglimento del parlamento con nuove elezioni catalane.  

 

La crisi catalana, seppur tra molti traumi, qualcosa muove nella politica spagnola. L’intensa giornata politica vissuta a Madrid, aperta da un consiglio dei ministri e chiusa da un dibattito parlamentare, consegna l’unità d’azione tra il Partito popolare del premier e i socialisti. Il leader del Psoe Pedro Sanchez annuncia: «Abbiamo ottenuto il via libera dal Pp per una commissione per la riforma della costituzione». La formula è più cervellotica (le commissioni in realtà sono due), ma il senso è uno scambio: il Psoe appoggia il governo nell’applicazione eventuale della sospensione dell’autonomia, e i popolari accettano di violare il loro tabù atavico, ripensando (non si sa ancora come) l’assetto territoriale. È la linea socialista: fermezza nella legge, ma riforma della Costituzione. Ma tra le novità non si può certo enumerare il referendum; la richiesta ormai decennale dei catalani (lo chiede più dell’80%) trova il solito muro: «É una cosa alla quale non bisogna neanche pensare» dice Rajoy.  

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