Viminale e Palazzo Chigi in imbarazzo. Primi dubbi sulla strategia verso Tripoli

La Farnesina: da sempre lavoriamo per migliorare le condizioni

Un fermo immagine del reportage in Libia messo in onda dalla Cnn


Pubblicato il 15/11/2017
roma

È il giorno del silenzio più glaciale, nei palazzi del governo italiano. Le immagini raccapriccianti che la Cnn ha raccolto a Tripoli, dove i migranti africani sono ridotti in schiavitù e venduti all’asta, sommate allo sdegno del commissario ai Diritti umani delle Nazioni Unite, il principe giordano Zeid Raad al-Hussein («La politica dell’Ue è inumana») sono state una sorta di bomba atomica. 

 

Dalla sinistra più critica verso le politiche del governo, e dal M5S, parte l’atteso attacco al ministro dell’Interno Marco Minniti, che sull’accordo con la Libia ci ha messo la firma. E però il Viminale sceglie la politica del silenzio più assoluto: è il momento di schivare il colpo, non di reagire. Anche Palazzo Chigi preferisce tacere. E d’altra parte che cosa dire di fronte a immagini che parlano da sole e descrivono una realtà al di là dell’immaginabile e dell’orrorifico? Il governo Gentiloni, grazie alla dottrina Minniti, era riuscito a raffreddare le tensioni in patria, visto che gli sbarchi negli ultimi tre mesi erano calati del 75%. Ma la dura strada di sostenere le forze libiche nel contrastare le partenze - pur coinvolgendo l’intera Europa, sia a livello di ministri dell’Interno, sia di capi di Stato e di governo, sia di Commissione - non è mai stata digerita dal mondo cattolico radicale e solidaristico. Figurarsi ora che ci si avvicina ad elezioni.  

 

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Unica a parlare, solo in serata, la Farnesina che rilascia un comunicato sulla falsariga di quanto già dichiarato dall’Ue: «Sin dal primo momento l’Italia ha posto in tutte le sedi il problema delle condizioni umanitarie dei centri di accoglienza in Libia. Sono mesi che chiediamo a tutti i player coinvolti di moltiplicare l’impegno e gli sforzi in Libia per assicurare condizioni accettabili e dignitose alle persone presenti nei centri di accoglienza. L’auspicio del ministero degli Affari Esteri è che ora si passi dalla denuncia e consapevolezza «a un’azione rapida, efficace e imprescindibile dalla parte dei diritti e della dignità delle persone».  

 

Questa dei centri di detenzione in Libia, sia quelli legali, sia quelli illegali, è in verità un cruccio antico del governo italiano e del ministro Minniti. Non c’è comunicato in cui non si sottolinei la necessità per il governo libico di allinearsi agli standard di rispetto dei diritti umani. Già, ma quale governo?  

 

È stata Roma, peraltro, a insistere più di tutti con l’Onu affinché venissero avviate missioni operative sul suolo libico dell’Oim (Organizzazione per le migrazioni) e Unhcr (Protezione dei rifugiati) ed è stata la Ue a pagare le spese. Se così non fosse stato - fa notare regolarmente il Viminale - le Nazioni Unite non avrebbero potuto verificare quel che accade a Tripoli e anche documentare gli orrori. Sempre grazie alle missioni volute fortemente da Roma e da Bruxelles, l’Unhcr ha potuto identificare i primi 1000 meritevoli di protezione internazionale e che tutti i Paesi del mondo sono chiamati ad accogliere (ma finora solo il Niger ha accolto i primi 25). E alla data del 1° novembre, l’ufficio libico di Unhcr aveva registrato i nominativi di 43.608 richiedenti protezione. 

 

Ora si attendono le prime mosse nel quadro delle politiche europee. Ieri il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha dichiarato: «I centri di detenzione vanno chiusi». Oggi a Ginevra l’incontro con l’Alto commissario per i diritti umani.  

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