Donne contro la violenza sulle donne. “Le nostre richieste alla politica”

Oggi alla Camera la riunione di 1500 protagoniste per la Giornata internazionale. I racconti di testimoni e attiviste per promuovere ascolto e proposte pratiche
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L’installazione «Senza parole» da ieri ospitata ai giardini di piazza San Marco a Roma, per iniziativa dell’Ugl, è composta da cento sagome bianche: su ognuna è affisso un foglio con la storia di una vittima di violenza


Pubblicato il 25/11/2017
Ultima modifica il 25/11/2017 alle ore 08:00

A che punto siamo oggi, nel giorno della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne? Ce lo siamo chiesto con la sottosegretaria alla presidenza del consiglio Maria Elena Boschi, che ha la delega alle Pari Opportunità, e con Linda Laura Sabbadini, che da anni si occupa delle statistiche sociali e di genere, nel corso di una videointervista ieri alla redazione romana della Stampa, da oggi disponibile sul nostro sito, e di cui vi proponiamo una sintesi. Entrambe, Boschi e Sabbadini, sono questa mattina a Montecitorio per una celebrazione senza precedenti organizzata dalla presidente della Camera Laura Boldrini. Circa 1500 donne presenti, per una grande seduta di ascolto e testimonianza, che vuole avere sì un valore simbolico, ma anche politico, perché dietro ogni racconto di violenza subita c’è sempre un atto di coraggio, una scelta di resilienza, e un riscatto in corso.  

 

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LE TESTIMONIANZE  

a cura di Francesca Paci 

 

Blessing Okoedion  

“Traditada un’altradonna”  

 

 

Quello su cui Blessing continua a tormentarsi è che a tradirla sia stata una donna. Lei cercava il lavoro che in Nigeria non si trova, sentiva di essersi laureata in ingegneria invano e si è affidata a chi le prometteva un negozio in Europa. Si è ritrovata sulla strada, smarrita, ma decisa a non rimanere una merce. Così, senza conoscere una parola d’italiano, ha cercato online e ha trovato suor Rita Giaretta, responsabile di Casa Rut a Caserta. «Pensavo al suicidio e sono rinata» ripete Blessing, perché lo sentano le sue coetanee di Benin City. 

 

Grazia Biondi  

“Nove anniper usciredall’inferno”  

 

 

«Ci ho messo 9 anni per trovare la via d’uscita dall’inferno», ripete Grazia Biondi, 50 anni, Salerno. Il marito e socio la sovrastava, all’inizio solo psicologicamente. Il giorno in cui ha detto basta sono arrivate le botte. Molte. «Nel 2011, dopo che ha tentato di strangolarmi, l’ho denunciato». A quel punto ha visto la strada libera, ma in salita: Grazia si è reinventata, ha fatto mille lavori, poi, nel 2015, ha cercato quelle come lei. Oggi il gruppo di auto-aiuto Manden unisce 600 donne, vittime mute prima di sommare la propria voce. 

 

Serafina Strano  

“Uno stupronon è un infortunio”  

 

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Quando l’assicurazione ha classificato la sua storia come «infortunio sul lavoro», Serafina Strano ha deciso di rompere il silenzio. Parole fendenti contro i periti: «Mi sento violentata di nuovo, stavolta dalle istituzioni». Ginecologa, 51 anni, la dottoressa Strano presta servizio da sempre nella trincea della guardia medica di Trecastagni, Catania, la stessa dove si trovava il 18 settembre scorso quando, fingendosi malato, l’operaio 26enne Alfio Cardillo l’ha sequestrata abusando di lei per due ore. Tornerà in ambulatorio, giura. Per se stessa, per le donne. 

 

Sara Di Pietrantonio  

“Adesso vado nelle scuolea parlare di lei”  

 

 

Ci sarà mamma Concetta al posto di Sara Di Pietrantonio. C’è sempre lei in prima linea da quando la figlia è morta a ventidue anni in una strada isolata della periferia romana, strangolata e bruciata dal fidanzato 28enne Luigi Paduano che non voleva rassegnarsi alla fine di un amore. Era il 28 maggio del 2016 e lei cercava da settimane di persuaderlo a lasciarle vivere la sua vita con il nuovo compagno, a permetterle di continuare serenamente l’Università, a smettere di violare il suo profilo sui social, di aspettarla fuori, di inseguirla ovunque. Sara non c’è più, ma c’è la sua mamma che porta nelle scuole il sorriso della figlia perché resti e semini: «Mi manca tutto di lei, vivevamo in simbiosi. Io sono separata e Sara era la mia unica figlia». 

 

Maria Teresa Giglio  

“Il femminicidio virtuale diventa vero”  

 

 

Tiziana Cantone è morta a 33 anni per un gioco macabro di cui si è resa conto troppo tardi di essere l’oggetto. Tiziana si è uccisa lo scorso anno perché non sopportava più l’onta dei video intimi che il suo ex fidanzato aveva diffuso in Rete, violandola completamente. Maria Teresa Giglio è la sua mamma e pur avendo smesso di vivere il giorno in cui lo ha fatto Tiziana porta la sua testimonianza di «femminicidio virtuale» al processo, in televisione, sul web che dopo aver condannato la figlia ne ha discusso a lungo i comportamenti, le scelte, la morale.  

 

Emanuela De Vito  

“Sopravvissutaper raccontare”  

 

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Era una ragazzina, Emanuela De Vito, quando l’allora fidanzato Saverio Surace l’accoltellò davanti a un bar della provincia di Reggio Calabria lasciandola in fin di vita. Sono passati solo pochi mesi da quella mattina, e oggi questa ex liceale, ex pianista provetta, ex sognatrice pronta a credere alle promesse di un violento, è sopravvissuta alle operazioni al rene, al fegato e al polmone. E nonostante il suo carnefice sia ai domiciliari, si racconta, si è lasciata raccontare nella serie «Amore criminale». 

 

Nicoletta Malesa  

“Gli uominivanno aiutati”  

 

 

Poi ci sono loro, i carnefici. E c’è lei, Nicoletta Malesa, una donna che dopo tanti anni di esperienza nelle associazioni anti violenza della Sardegna ha puntato il proprio zoom professionale sull’altra parte e ha creato il Centro ascolto uomini maltrattanti. «La violenza si rafforza se viene osservata da una sola prospettiva», ripete. Il traguardo di cui va fiera è la recente firma del primo protocollo di intesa che abbatte il muro di genere ed estende il servizio del centro alle coppie Lgbt. 

 

Antonella Veltri  

“In Italia solo 1000posti per le vittime”  

 

 

«Più di una donna al giorno bussa ai centri anti violenza». Il monito di Antonella Veltri, vice-presidente della Rete Di.Re Centri Antiviolenza, torna a martellare ogni volta che, come dopo l’omicidio di Sara Di Pietrantonio, i riflettori si accendono sul femminicidio per poi spegnersi dopo pochi giorni. Ci sono le vittime e ci sono quei centri nati per tutelarle che oggi boccheggiano per i tagli. Secondo l’Ue, ogni Paese dovrebbe prevedere un posto letto per vittime di violenza di genere ogni 10 mila abitanti. In Italia ce n’è meno di un migliaio: ne servirebbero ancora 6 mila. 

 

Maria Monteleone  

“Dal 2014 le denuncesono triplicate”  

 

 

I numeri sono il cavallo di battaglia di Maria Monteleone, magistrato e combattente a capo del pool anti violenza della Procura di Roma (di cui è anche l’artefice): 124 donne uccise nel nostro Paese nel 2016, di cui 86 italiane e 64 nelle regioni del Nord. La guerra contro la violenza di genere si vince anche dettando dall’alto le regole di quello che meschinamente si vorrebbe liquidare come un gioco tra sessi. Monteleone è in campo dal 1989 ma negli ultimi tre anni le denunce di violenze sono triplicate e non necessariamente perché ci siano più violenze.  

 

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