Il mosaico della memoria 80 anni dopo le leggi razziali: otto nuove “pietre d’inciampo”

Appuntamento giovedì con la comunità ebraica: ricordare per combattere i fanatismi di oggi

Sono ormai oltre cinquantamila le targhette d’ottone posate in Europa dall’artista Gunter Demnig. A Torino oggi sono 85


Pubblicato il 14/01/2018
Ultima modifica il 14/01/2018 alle ore 10:36
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Saranno otto le pietre d’inciampo che l’artista tedesco Gunter Demnig poserà giovedì 18 a Torino (altre saranno collocate in vari centri della provincia, nel Cuneese e nell’Alessandrino): tessere dell’immenso monumento diffuso che in Europa restituisce nome e storia ai morti della deportazione. Che li riporta alle loro case, sotto gli occhi di ipotetici vicini. Sono oltre cinquantamila, ormai. E Torino, grazie al Museo diffuso della Resistenza, alla comunità ebraica, l’Aned, il Goethe Institut, il Polo del ’900 e il Comune è la seconda città in Italia, dopo Roma, per numero di targhette d’ottone incastonate nei marciapiedi (oggi 85). Volute da famigliari, istituzioni, gente comune che coltiva memoria. 

 

«È un mosaico che si va costruendo», ha detto il presidente della Comunità Ebraica, Dario Disegni, alla presentazione delle nuove pose, ricordando che quest’anno cade l’80° anniversario delle leggi razziali. «Il Paese deve avere consapevolezza di quel che è accaduto perché segnali di razzismo e xenofobia oggi risorgono». Nino Boeti, vice presidente del Consiglio regionale, insieme con il presidente del Museo, Guido Vaglio, ha sottolineato come Torino abbia affidato ai giovani la memoria, attraverso lo studio delle singole storie delle persone deportate e ricordate con le pietre d’inciampo. Una pietra Demnig la collocherà sotto i portici di corso Vittorio Emanuele II 70, oggi sede regionale del ministero dell’Istruzione: è dedicata all’ingegner Umberto Nizza, arrestato e deportato nel dicembre 1943 ad Auschwitz dove morì (in data ignota) perché ebreo. Come i coniugi Teodoro Sacerdote e Rosetta Fubini, che vivevano in corso Fiume 17, arrestati ad Alassio, nel pensionato di suore dove si erano rifugiati. Lui morì a Fossoli, lei ad Auschwitz. Ad Auschwitz morì anche Moise Adolfo Cremisi, nato a Livorno nel 1874, arrestato a Loppeglia, Lucca, nel marzo ’44. La sua pietra lo ricorderà davanti alla sua casa, in via Principe Tommaso 11. 

 

Storia diversa quella di Giovanni Bini, verniciatore, poi netturbino, antifascista iscritto in clandestinità al Partito Comunista. Bini fu arrestato, incarcerato alle Nuove, poi consegnato al comando tedesco. Morì a Gusen, sottocampo di Mauthausen, il 7 febbraio 1945. La pietra d’inciampo sarà collocata davanti alla sua casa, in corso Spezia 55. Remo Obbermito era un giovane impiegato, abitava con la famiglia in via Mazzini 33. Militare a Milano e quindi a Busto Arsizio, si impegnò in prima persona fornendo falsi lasciapassare a persone ricercate per ragioni politiche o razziali. Per questo, rientrato a Torino presso la caserma Cernaia, nel 1943 venne arrestato e condotto alla caserma di via Asti, dove fu torturato e condannato alla fucilazione. Per l’intercessione di alcune ausiliarie, la sua pena venne commutata nella deportazione. Remo morì in prigionia a Zöschen il 7 febbraio 1945. Info in www.museodiffusotorino.it.  

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